Cultura

10 ottobre 2018Stefano Voltolini

Sul set con Messner (e il figlio): «Così raccontiamo la storia dell’alpinismo»

Il re degli ottomila nella palestra Salewa Cube per girare alcune scene del suo documentario. Ogni film porta un indotto sul territorio doppio rispetto all’investimento

«Già oggi i più bravi vanno avanti tralasciando tecnologia, è questa la rinuncia che sta facendo cambiare l’alpinismo tradizionale. Il caso ideale è il solitario: uno che fa una parete di mille metri, strapiombante, quasi senza appigli, senza niente. Ma difendere oggi questo approccio è difficile». In un mondo dove l’innovazione corre a mille e la tecnologia per gli sport alpini è sempre più perfezionata, il re degli ottomila traccia la sfida attuale: l’essenzialeReinhold Messner è sempre l’alpinista innamorato dell’avventura, della magia della wilderness e lo è anche quando presenta il suo ultimo film, «L’assassinio dell’impossibile», che riprende il suo scritto-denuncia con cui nel 1968 dalle pagine della rivista del Cai “liberò” l’arrampicata dagli artefatti artificiali, aprendo la fase che dura ancora oggi. Mentre parla, ferve attorno l’attività della palestra Salewa Cube dove la troupe - di cui fa parte il figlio Simon, valido collaboratore nell’azienda di produzione familiare dei Messner Dolomites Film - si è data appuntamento per girare alcune scene in parete con gli atleti sudtirolesi Alex Walpoth e Titus Prinoth. La pellicola, un documentario in tre parti sulla storia dell’alpinismo, è finanziata dal Fondo provinciale per le produzioni cinematografiche e televisive e rientra nel progetto di IDM Alto Adige per sostenere il più possibile le produzioni altoatesine, facendo crescere l’industria locale.

Mord am Unmöglichen: si chiama così in tedesco il terzo e più ambizioso dei tre film a cui sta lavorando Messner. Mentre i primi due sono dedicati alle prime salite di Sassolungo e Cima grande di Lavaredo, l’ultimo racconta lo sviluppo dell’alpinismo dagli albori a oggi. Un tema molto caro all’uomo che ha lasciato un segno indelebile nella storia della disciplina, seguendone le trasformazioni più recenti. L’ultima fase, chiamata da Messner “l’alpinismo della pista”, è esemplificata dal monte Everest come meta turistica e dall’hype delle vie ferrate sulle Dolomiti. Messner ha girato questo progetto quasi soltanto in Alto Adige; l’Ortles, il Gran Zebrù, Malles, Sluderno, Brunico, San Candido, Dobbiaco e Santa Cristina sono tra le location del film, come anche il Messner Mountain Museum a Solda e la palestra d’arrampicata Salewa Cube a Bolzano. «In un lavoro in tre parti, di 47 minuti ciascuna, per il pubblico della televisione, raccontiamo tutto lo sviluppo dell’arrampicata, dalla prima salita del monte Bianco fino a oggi - spiega Messner -. L’alpinismo moderno inizia con l’Iluminismo e l’industrializzazione, sulla cima più alta delle Alpi e da queste prende il nome. Poi si sparge in tutto il mondo. Oggi ci sono milioni di alpinisti, ma la maggior parte, il 90%, di chi arrampica va indoor o nelle falesie dove è tutto preparato. E chi sale oggi sull’Aconcagua, il Kilimanjaro o l’Everest lo fa su una pista. Rimane però il fascino della wilderness. Io quindi dimostro che questo alpinismo va avanti, anche se le cifre calano e i giovani fanno delle cose che vent’anni fa non erano immaginabili. La pratica rimane molto pericolosa e sono tanti sono i morti dallo sviluppo dell’alpinismo tradizionale».

Simon Messner nei panni di Hans Ertl dopo l'apertura della via diretta sulla parete nord del Gran Zebrù nel 1930 (© Andreas Fuchss)

Il re degli ottomila, che ha compiuto attraversate in solitaria in Antartide e Groenlandia, parla anche della sua sfida personale con l’arte visiva. «Quello dei film è un business molto pericoloso - racconta -, certo non come la montagna, ma si possono perdere facilmente i soldi. Con mio figlio Simon abbiamo messo assieme una piccola impresa che produce e vorremmo arrivare con una co-produzione. Quanto a me, voglio cimentarmi anche con le sceneggiature». Intanto attorno a loro il lavoro di ripresa va avanti. Simon aiuta il padre che dà le disposizioni sul set e osserva i due atleti salire per decine di metri sulla falesia artificiale, mentre la camera digitale cattura le immagini. «Faccio un po’ tutto, assieme a mio padre, in questa azienda di produzione. Come lui sono appassionato di montagna. Ho cominciato a 15-16 anni, non in palestra, e pratico il climbing sportivo, sul ghiaccio, sulle Dolomiti, in inverno. Non ho provato gli ottomila ma in settembre mi sono cimentato su una grande parete in Nepal: siamo stati fortunati perché è caduta una valanga e non ci ha toccato». Messner junior è vicino al padre Reinhold anche per l’approccio alla disciplina. «Condivido il titolo del film, L’assassinio dell’impossibile, che è quello che scrisse negli anni Sessanta. Se porti troppi strumenti artificiali in montagna, togli l’avventura. La sfida più grande la trovi quando ti devi basare su te stesso, quando devi prendere delle decisioni cruciali: andare avanti o rinunciare? Questo sta alla base di tutto. Qui abbiamo le Dolomiti, sono fantastiche, ma non siamo autorizzati ad attrezzarle in modo eccessivo, la roccia deve rimanere pulita. L’innovazione e tecnologia sono molto importanti ma dobbiamo capire che magari abbiamo già abbastanza e magari non serve andare oltre. Siamo sempre noi a decidere, a sentire le nostre sensazioni ed emozioni e ad apprezzare l’avventura».

Renate Ranzi segue il progetto per l’Ecosystem film and creative industrie di IDM. «L’iniziativa è molto interessante, oltre ad avere un personaggio famoso come Messner è importante perché l’azienda di produzione è locale. Il fondo provinciale per gli audiovisivi è aperto a tutti, ma tramite il requisito chiesto alle produzioni di spendere a livello locale il 150% di quanto viene assegnato loro, si persegue la finalità di far crescere l’industria cinematografica locale. E questa produzione ne è un valido esempio. L’anno scorso su 5 milioni spesi il ritorno per l’indotto locale è stato del 200%».