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1 febbraio 2017Carlo Dagradi

L'amore per le cose buone, la natura e...il calcio. Un secolo di innovazione Loacker

La «visione» del fondatore: wafer al posto di dolci e pasticceria fresca per poter giocare con il Rapid Bozen. Dopo il successo, un presente fatto di produzione just in time e controllo della filiera: «Le nostre nocciole? Le più buone al mondo»

Come si chiama il biscotto a strati di cialda sottile, con il cioccolato (o la crema alla vaniglia, allo yoghurt…), ricoperto o no, nella confezione piatta che sta in cartella? Per molti, ha un nome preciso: «È un loacker». Con la minuscola, perché non è “un wafer”: è proprio “quel” wafer. Secondo le ricerche di mercato, “il loacker” è conosciuto da ben 97 italiani su 100 e consumato da più di qualche milione. Non solo: ha una storia tutta speciale. La storia della Loacker, con la maiuscola perché è il nome dell’azienda. Anzi, della famiglia del fondatore, che oggi ha i nipoti alla guida del più iconico produttore di biscotti in Italia. Una storia di eccellenza produttiva a 1.000 metri di quota, tra le montagne dell’Alto Adige, e di qualità senza compromessi nata dalla passione per i dolci e… per il calcio.

Alfons Loacker è nato nel 1901. A 15 anni lavora a Bolzano, nella pasticceria Rizzi. È bravo, appassionato, ha voglia di innovare. È impegnato per 72 ore la settimana a fare torte e biscotti. Che si fanno, ovviamente, di notte. È questo aspetto che non gli va troppo a genio: Alfons gioca a pallone nel Rapid Bozen, e la mattina degli allenamenti si ritrova stanco, causa la notte insonne passata al forno. Ci vuole un’idea: bisogna ricreare la stessa qualità della pasticceria fresca, ma fare in modo che sia conservabile per tempi più lunghi. In questo modo, la produzione non avrebbe più dovuto seguire i ritmi del consumo: e lavorando in orari normali, gli allenamenti non sarebbero stati più un problema.

Una cialda elegante e funzionale, così la Loacker si espande

Una storia che comincia nel 1925 con le "cialde di Bolzano". Negli anni sessanta l'espansione fuori dall'Alto Adige

La soluzione che trova Alfons è la cialda, il wafer. E il suo successo è quasi immediato. Nel 1925 Alfons Loacker apre la sua prima, piccola pasticceria, producendo le “cialde di Bolzano”. In breve tempo acquisisce i forni della Rizzi e si inventa una la strategia di “marketing” semplice e geniale: dice ai giovani compagni di squadra del Rapid Bozen di chiedere “i loacker” in tutti i negozi vicino a casa. Poi ha un’altra, rivoluzionaria idea: confezionare il prodotto, curandone il packaging in modo che fosse comodo, funzionale ed elegante. E la richiesta dei pacchetti di loacker esplode. Poco prima degli anni ‘60 entra in scena Armin Loacker, il figlio maggiore: è sua l’intuizione di uscire dai confini dell’Alto Adige per diffondere i biscotti a cialda in tutta Italia. Dieci anni di espansione e un altro balzo in avanti. Quello “folle”, che negli anni a venire contribuisce a decretare il successo internazionale del prodotto. «Quando Armin parlò di aprire lo stabilimento sul Renon, ad Auna di Sotto, molti sgranarono gli occhi». Lo racconta Hanspeter Dejakum, oggi direttore marketing di Loacker. «Lasciare la comoda logistica della città, per spostarci a 1.000 metri di quota con una strada di tornanti appena realizzata… Ricordo però la frase che disse lui: “Noi facciamo solo cose buone. Le più buone. Dobbiamo farle nel posto migliore, non importa quanto sarà difficile”. Così, salutammo per sempre Bolzano e l’idea di trasferirci in zona industriale» spiega Dejakum. Dopo la morte di Alfons, la famiglia Loacker sposta headquarter e stabilimento produttivo nel luogo in cui si trova ancora oggi: circondato da prati, con le montagne dello Sciliar sullo sfondo, il centro vitale della Loacker cresce con due asset fondamentali. La bontà del biscotto e l’attenzione all’ambiente. «Due concetti che per noi sono una cosa sola: possiamo produrre con la massima qualità perché viviamo e lavoriamo a stretto contatto con la natura: anche facendo scelte difficili, come l’essere in una zona meno accessibile dei classici insediamenti industriali» spiega Dejakum.

«Veniamo giù dai monti...», negli anni Ottanta il gingle che arriva in tutta la penisola

Un'intuizione musicale insieme ad uno spot che entrà nelle case: negli anni Ottanta i nanetti di Loacker conquistano lo schermo

Negli anni ‘80, Loacker entra nelle case di tutti gli italiani con i nanetti, ispirati alle leggende delle montagne e di Re Laurino: nasce la canzone che introduce lo slogan televisivo “Loacker che bontà!”. Un simbolo del prodotto e un veicolo di richiamo forte per i bambini, che si macchiano le dita col cioccolato, soprattutto nel caso dei ricoperti Gardena: nessuna lamentela delle mamme? «Nessuna. Anzi, siamo contenti che il nostro cioccolato resti un po’ sulle dita di chi lo maneggia: accade perché non abbiamo mai usato grassi idrogenati». Che non sporcano le dita, ma sono dannosi per la salute. «Ora diversifichiamo i prodotti, sperimentiamo nuovi gusti e andiamo verso la miniaturizzazione del biscotto: questo comporta scelte continue di innovazione e tecnologia produttiva» spiega Dejakum. Scelte, già. Come quella di iniziare a produrre da soli le nocciole, da sempre 100% italiane, con l’avvio di una prima piantagione in Maremma, nel 2016. Oggi sono a dimora oltre 25.000 piante, che coprono 200 ettari di terreno. Nel pieno della raccolta, previsto tra circa 6 anni, Loacker riuscirà a coprire il fabbisogno produttivo di nocciole per circa il 25%. Una scelta in linea con quella sempre seguita dall’azienda: controllare tutta la filiera di produzione. «Le nostre nocciole sono tutte italiane perché sono le migliori del mondo. E ce le tostiamo da soli, ogni giorno. Inoltre, per noi non esiste il giorno “della tostatura”, o “della crema” e successivamente, l’assemblaggio del prodotto finale. Quando realizziamo un biscotto, lo facciamo just in time, con tutti i passaggi in sequenza: è più difficile, ma la qualità data dalla freschezza della lavorazione è insuperabile» afferma Dejakum. Una storia di successo, come dimostra il fatturato annuo: 308 milioni di euro l'anno.

«Made in Italy nel cibo sinonimo di eccellenza»

Un mix perfetto fra mondo italiano e germanico

Oggi Loacker guarda al futuro, producendo anche cioccolato (con una sottile cialda inserita nella tavoletta), e aprendo locali come le Moccaria, dove realizza pasticceria fresca con gli stessi ingredienti destinati ai wafer. E sempre, le sue radici altoatesine sono più che solide. E coinvolgono un aspetto culturale significativo. «Siamo orgogliosi di essere percepiti come italiani dal mondo germanico: perché il made in Italy del cibo è sinonimo di eccellenza. Allo stesso modo, nei mercati più lontani come Asia, Australia o Usa, siamo sia quelli che realizzano il miglior food, sia quelli in grado di confezionarlo con il design più accattivante» spiega Dejakum. «Nello stesso tempo, ci fa piacere che l’Italia ci consideri culturalmente un po’ “tedeschi”: trasmettiamo valori di fiducia, precisione e competenza. Questo mix di cultura è connaturato nell’Alto Adige. Forse non è un caso che i Loacker siano nati proprio qui...».

Scheda

I numeri di Loacker

1925 Nasce a Bolzano la prima pasticceria di Alfons Loacker.

1969 Armin Loacker acquista il primo forno automatizzato per wafer: la produzione incrementa del 500%.

1974 L’azienda si trasferisce nello stabilimento di Auna di Sotto.

1999 Apre lo stabilimento di Heinfels in Austria.

35.260 tonnellate, pari a 850 milioni di pezzi. I prodotti venduti in un anno (30% in Italia, 70% resto del mondo: Arabia Saudita, Corea del Sud, Cina, Israele, USA, Emirati Arabi, Egitto, Kuwait, Australia).

2 stabilimenti produttivi. Auna di Sotto e Heinfels (Austria).

308,4 milioni di €. Fatturato annuo complessivo.

5 chili all’ora. Le nocciole che vengono tostate dalla Loacker per produrre la crema che farcisce i wafer.