Food

27 giugno 2017Stefano Voltolini

Vino, quando innovare vuol dire togliere: così l'Alto Adige mette la natura in bottiglia

Ricerca, materiali per il trasporto dei grappoli, marketing. Un settore da 230 milioni di fatturato affronta la sfida del cambiamento climatico e un mercato sempre più internazionale. Prossimo obiettivo: gli Usa

Per cambiare radicalmente a volte non bisogna aggiungere, ma togliere. Lasciando spazio alla natura. Arrivare alla purezza: per innovare. I produttori di vino altoatesini hanno fatto dell’integrità il proprio elemento distintivo. Sapendo anche valorizzare, per distinguersi, il giusto abbinamento tra il vitigno e il terroir (terreno), in grado di dare al calice la migliore aromaticità e freschezza. Senza però rinunciare all’evoluzione scientifica: ad esempio, per rispondere all’innalzamento della temperatura si studiano tipologie di viti in grado di maturare più tardi.

Queste sono le direzioni di crescita del mondo vitivinicolo altoatesino, uno dei pilastri dell’economia della terra alpina. I numeri del settore – in espansione – sono di tutto rispetto: 230 milioni di fatturato complessivo (contando solo Doc e Igt), in aumento dal 2015 al 2016 del 3-5%, 210 imprese, 5.000 conferitori di uva del territorio, sparsi su 5.440 ettari di superficie coltivata, 600 addetti alla produzione. E ancora: esportazioni che valgono il 24% del giro d’affari totale – con il mercato americano sempre più strategico – e un investimento annuo di 2,5 milioni di euro nella promozione, curata dal Consorzio vini Alto Adige a sua volta sostenuto da IDM Alto Adige-Südtirol.

Pinot bianco al centro

I «protagonisti» sono loro: i venti vitigni doc, territoriali, soprattutto bianchi, capitanati dal Pinot bianco che è la varietà scelta per specializzarsi a livello globale. «Cerchiamo di puntare sui bianchi, dove siamo forti – spiega Werner Waldboth, responsabile marketing del Consorzio vini, presieduto da Maximilian Niedermayr -. Soprattutto sul Pinot bianco che ci fornisce un'ottima chance per darci un profilo chiaro sul mercato internazionale». Per dare un’idea, questa varietà occupa il 10% della superficie coltivata (535 ettari). Negli ultimi 4 anni 58 pinot bianchi altoatesini hanno ottenuto riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. La lista comprende anche il Pinot grigio, e per i rossi Schiava, Lagrein, Pinot nero. 

Il riscaldamento globale

La superficie coltivata si concentra nelle zone più dolci del paesaggio sudtirolese, dominato dai grandi contrafforti alpini. Il tema dell’altezza del vitigno è fondamentale: attualmente l’altitudine media è 400 metri sul livello del mare, dato che le viti vanno dai 200 ai 1.000 metri di quota. Le caratteristiche aromatiche rischiano di essere messe in difficoltà dai fattori climatici: nell’ultimo secolo la temperatura media è aumentata di quasi due gradi nell’arco alpino, e l’avvio della vendemmia è stato anticipato di due-tre settimane negli ultimi 30 anni. Per trovare una soluzione è stato avviato assieme al Centro di sperimentazione Laimburg un progetto di ricerca triennale finanziato dall’Unione europea, con un budget di circa 720mila euro e intitolato PinotBlanc. Compito del progetto è quello di analizzare il collegamento fra altitudine e prodotto. Lo spostamento delle viti a quote più alte è la prima delle opzioni realizzabili. «L’aumento della temperatura è un fenomeno che esiste, anche se non bisogna aver paura» nota Waldboth. «Certo è un tema che il contadino deve affrontare. Esistono diverse possibilità: una è cambiare vitigno, scegliendo quelle più adatte al caldo: cabernet oppure cabernet-sauvignon». «La temperatura media che continua a salire è un problema da risolvere – gli fa eco il presidente Niedermayr, viticoltore ad Appiano –. Stiamo lavorando con il centro Laimburg per sviluppare una vite che matura più tardi. Prendiamo il Pinot nero, che oggi matura circa a metà settembre: l’ideale sarebbe avere una varietà che è al culmine due settimane più tardi. Il futuro della ricerca è su questo».

Integrità, marchio distintivo

L’approccio innovativo, per il settore, procede al contrario. «Nel vino – riprende Waldboth - si cerca di andare in direzione opposta, riducendo la tecnologia e il tempo passato in cantina. Il grappolo d’uva deve arrivare il più possibile integro, non pressato. Si cercano quindi gli accorgimenti – dalle cassette piccole al trasporto senza urti – per mantenere l’uva così com’è. In modo da far risaltare il terroir e la specialità nel bicchiere». La qualità resta il primo obiettivo. «Il vino si fa nel vigneto, non in cantina» aggiunge Niedermayr. «Non è scontato dire che il vino buono si fa con uva buona».

Sfida a stelle e strisce

Germania, Svizzera, Austria, Russia, Belgio, Olanda sono i tradizionali mercati esteri del vino altoatesino. Sempre più spazio occupa la destinazione oltreoceano. Un quinto delle esportazioni vinicole da uva altoatesina (pari a un valore di 9 milioni di euro l’anno) è diretto negli Usa. Un mercato che offre ampi margini d’espansione. Si tratta di un’occasione da non perdere per le grandi e piccole cantine altoatesine. Per far sì che i vini altoatesini si affermino ancora di più nel mercato d’Oltreoceano, IDM Alto Adige-Südtirol accompagna il comparto con iniziative di marketing internazionale e progetti d’internazionalizzazione individualizzati. A maggio sono stati invitati sette importatori provenienti da Chicago, Washington, Philadelphia e Seattle, per una visita nei vigneti della Val d’Adige e dintorni. Coinvolte le cantine Hans Rottensteiner, Castelfeder, Manincor, Muri-Gries, Arunda, Cortaccia e la distilleria Psenner. E per permettere all’immagine dei rossi e bianchi «made in Südtirol» di continuare a crescere, il Consorzio Vini Alto Adige si affida anche ai brand ambassadors: May Matta-Aliah negli Stati Uniti, Sebastian Bordthäuser in Germania e Pierluigi Gorgoni in Italia.

Saper comunicare

Non basta, precisa il responsabile marketing, fare un buon vino. Bisogna saperlo raccontare. Farsi percepire distintivi. «Il mercato del vino – dice - non è semplice. Ci sono tante regioni in concorrenza. Occorre quindi risultare interessanti agli occhi del pubblico e dei consumatori. Valorizzare le storie, il produttore e il suo territorio». Uno storytelling della viticoltura, quindi, con al centro le persone e l’integrità del prodotto. Il presidente traccia la sfida dei prossimi anni. «Per noi il traguardo – conclude il presidente del consorzio – è farci conoscere come Alto Adige-Südtirol al di fuori di Germania e Italia. In tutto il mondo».