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8 luglio 2016Rebecca Travaglini

Dall'Alto Adige uno studio innovativo per monitorare l'inquinamento ambientale

Bioindicatori sperimentati in Cina all'interno di una zona altamente compromessa. Brusetti: «Con questo metodo scopriamo la presenza di antibiotici senza utilizzare analisi chimiche»

Una ricerca altoatesina ha messo a punto un nuovo metodo per individuare il grado di inquinamento analizzando la resistenza agli antibiotici. Lo studio è stato realizzato da un gruppo di ricerca della Facoltà di Scienze e Tecnologie della Libera Università di Bolzano guidato dal professore Lorenzo Brusetti in collaborazione con ricercatori norvegesi. «Le nostre conoscenze in microbiologia genetica si combinano con l’aspetto più legato alla biosicurezza che ha il team norvegese», spiega Brusetti. La ricerca è stata pubblicata su una delle più prestigiose riviste interdisciplinari, Science of the Total Environment.

«Tutto è partito con uno studio realizzato in Cina, dove ci avevano chiesto una consulenza per tenere monitorato il miglioramento ambientale a Zhangye – racconta Brusetti –. Questa città al confine con la Mongolia era particolarmente adatta al nostro tipo di studi, perché lì il sistema di acque che escono e rientrano nel terreno è complesso». La zona è risultata molto inquinata a causa dell’abuso di antibiotici e pesticidi in agricoltura, degli scarti delle lavorazioni industriali e dell’elevata urbanizzazione. I sistemi di rilevazione tradizionali – di solito di natura chimica o biologica – non sono sufficienti, perché non dicono se nell’ambiente ci sono antibiotici, metalli, inquinanti emergenti. «Per risolvere questo problema abbiamo pensato di usare gli integroni, cioè pezzi di dna che hanno la funzione di portare in giro tra i batteri le cosiddette resistenze agli antibiotici – spiega Brusetti –. In pratica cerchiamo di capire se in un ambiente ci sono questi integroni, le cui caratteristiche corrispondono a quelle del territorio: se c’è una resistenza agli antibiotici, vuol dire che ci sono antibiotici. In questo modo le analisi chimiche non sono più necessarie».

Una ricerca innovativa

Quando medicine, ormoni, droghe anticoncezionali e alcuni tipi di detergenti finiscono nei fiumi, non è possibile filtrarli con un depuratore: per questo la ricerca altoatesina è importante. «Questo studio è innovativo perché prendiamo pezzi di dna considerati “negativi” (in quanto resistenti agli antibiotici) e li usiamo per i vantaggi che possono portare – continua Brusetti –. Se butto nell’Adige una grande quantità di una sostanza nociva e tutti i pesci muoiono, ci si accorge che qualcosa non va; ma se le quantità sono minime e costanti non si riesce a individuare il danno: questa ricerca offre un supporto maggiore».

Dalla Cina lo studio è stato portato in Alto Adige e in Trentino e potenzialmente si può replicare ovunque, con diverse implicazioni industriali. Il problema dell’inquinamento da antibiotici, che favorisce lo sviluppo di resistenze (come accade negli ospedali e negli allevamenti), suscita un grande interesse nel mondo della medicina e della ricerca scientifica. L’Organizzazione mondiale della sanità stima che, se non si prenderanno provvedimenti per contenere l’uso di antibiotici in contesti medici e agricoli, nel 2050, ogni anno, 10 milioni di persone saranno esposte al rischio di morte. «Fino agli anni Sessanta non si faceva niente dal punto di vista ambientale – spiega Brusetti –. Poi sono cominciati gli studi sugli organici, come i coliformi presenti nelle feci. Dagli anni Ottanta si è prestata attenzione a fosforo, azoto, pesticidi e fertilizzanti, e si è cominciato a depurare l’ambiente».

Brusetti parla di chi nel mondo conduce esperimenti simili, ma non si tratta di competizione vera e propria, in quanto il lavoro è molto differente: «Ci sono due gruppi, uno in Australia e uno in Nuova Zelanda, che hanno prelevato 5 campioni lungo i fiumi, e c’è un gruppo in Germania che lavora su insalata in serra, quindi in un contesto artificiale. Poi ci siamo noi». Si tratta quindi di uno studio dalle elevate potenzialità, che – con gli adeguati finanziamenti – può portare risultati importanti e soluzioni a un problema gobale. Ora l’obiettivo dei ricercatori è arrivare a mappare dal punto di vista ambientale se non tutta almeno una parte della provincia di Bolzano.