Innovazione

23 febbraio 2017Luca Barbieri

Due ricercatori dell’Università di Padova in Alto Adige a caccia dei segreti dell’Impresa 4.0

Robot e tecnologia al servizio del sapere manifatturiero per evitare l'incubo cinese della Dark Factory. In viaggio attraverso la filiera che abilita l'intelligenza artificiale nel cuore delle Alpi: Idm, Fraunhofer e poi le aziende, Gkn e Intercable

Individuare la via italiana ad Industry 4.0. È  l'obiettivo che si è dato un team di ricercatori del Dipartimento di Scienze Economiche dell'Università di Padova che in questi mesi sta intervistando sul campo chi la fabbrica intelligente la fa sul serio connettendo robotica, intelligenza artificiale e, soprattutto, intelligenza umana. Il team, guidato da Marco Bettiol ed Eleonora Di Maria, ha recentemente fatto tappa in Alto Adige per capire come l'ecosistema locale stia affrontando la sfida.

Idm e Fraunhofer, abilitatori di innovazione

Ad interessare i ricercatori non solo i casi aziendali legati all'ecosystem automotive, come GKN e Intercable, ma tutta la filiera di enti di ricerca e istituzioni che aiuta le imprese altoatesine ad adottare le giuste soluzioni, come Fraunhofer Italia e soprattutto IDM Alto Adige-Südtirol. Il «viaggio» in Alto Adige ha avuto inizio proprio in via Siemens, a colloquio con il direttore del reparto development Hubert Hofer che ha spiegato il sostegno che IDM fornisce alle aziende, il sistema di incentivi istituiti dalla Provincia e la rete di ecosystem che mette attorno allo stesso tavolo aziende grandi e piccole che vengono così accompagnate in un percorso di ricerca e innovazione. «Un elemento sicuramente peculiare rispetto a tante regioni vicine» hanno osservato i due ricercatori al termine del colloquio. «In Alto Adige il dialogo tra imprese e pubblica amministrazione appare più semplice e diretto».

I due ricercatori hanno poi fatto tappa a Brunico, cuore della Motor Valley della Val Pusteria, nella sede di Intercable, azienda che partendo dalla produzione di utensili adatti al lavoro sotto tensione ha sviluppato una serie di prodotti legati alla mobilità elettrica. Un mercato crescente che ha spinto l'amministratore di questa impresa familiare cresciuta fino ad avere 800 collaboratori e 11 sedi in tutto il mondo, Klaus Mutschlechner, ad integrare la robotica nella propria linea produttiva. Un progetto sviluppato grazie alla collaborazione con Fraunhofer Italia: una sintonia piena tanto che il responsabile del progetto, Florian Niedermayr, è ora diventato Head of Process Engineering di Intercable. Una storia in linea con quanto Bettiol e team dell'Università di Padova stanno riscontrando nel corso della loro ricerca. «Quel che emerge dall'analisi dei pionieri che stanno adottando soluzioni di smart manufacturing - spiega Bettiol - è che per sfruttare a pieno il potenziale dell'Industria 4.0  sia necessario, come ha fatto Intercable, un serio lavoro di ripensamento dei processi aziendali, non l'adozione tout court di tecnologia». «Si può comprare tutta la tecnologia del mondo ma senza le risorse umane non si va da nessuna parte - conferma Mutschlechner -. Nei prossimi due anni vorremmo assumere 50 persone altamente specializzate. Sappiamo già che faremo una grande fatica». 

Uomo-robot: complementarietà, non competizione

La ricerca condotta dal team di Padova insomma conferma per il momento la dicotomia che si sta riscontrando in tutto il mondo. «A livello internazionale si stanno affermando due modi diversi e contrapposti di interpretare la manifattura 4.0 - spiega Bettiol -. Da un lato si stanno moltiplicando le esperienze di utilizzo di queste soluzioni con l’obiettivo di esaltare l’artigianalità che è alla base del prodotto. Contrariamente a quanto si possa pensare, l’utilizzo di queste tecnologie è di grande aiuto in contesti nei quali la qualità è estremamente elevata. Dall’altro lato, invece, la manifattura 4.0 viene vista come l’occasione per sostituire tour court il lavoro manuale. È questo il progetto esplicito ad esempio di un paese come la Cina dove la manifattura 4.0 sta diventando la via attraverso la quale mantenere la propria competitività a fronte di una crescita del costo della manodopera. Gli imprenditori cinesi infatti iniziano a sentire la concorrenza sempre più forte dei paesi limitrofi e per affrontare questa sfida hanno deciso di investire in tecnologia per ridurre il più possibile l’intervento dell’uomo nei processi manifatturieri. Un'estremizzazione che porta alla teorizzazione della dark factory, una fabbrica dove il lavoro sarà completamente automatizzato. Non più uomini, quindi, ma robot e computer che lavoreranno senza sosta alla produzione di prodotti».  «Il caso Alto Adige dimostra invece - continua Bettiol - che la tecnologia non va a sostituire il lavoro, anzi: ha senso solo se esiste una forte complementarietà tra uomini e macchine».

E così la storia di Intercable si inquadra alla perfezione nel modello Nordest. «Non siamo i soliti terzisti - spiega Mutschlechner -. Sviluppiamo la ricerca sul prodotto all’interno dell’azienda grazie a un reparto tecnico che conta 60 collaboratori». «Un esempio molto interessante di azienda che ha saputo capire l'importanza della combinazione tra competenze artigianali e automazioni industriali - riassume Bettiol - Sono partiti negli anni '70 producendo utensili da lavoro, hanno inventato la forbice da elettricista e poi hanno allargato le loro competenze fino a produrre oggi sistemi di connessione ad alta tensione per la macchine elettriche». Rispettando l'uomo e utilizzando con intelligenza le macchine.