Innovazione

23 gennaio 2018Redazione

Polvere di caffè, dagli scarti arriva l’alternativa «green» all’olio di palma

Scoperta targata Unibz. L'idea è nata in una pausa davanti alla macchinetta. Nel mondo ogni anno vengono prodotte 10 miliardi di capsule

Dalla polvere di caffè un’alternativa all’olio di palma, giusto per citare un ingrediente che nel corso del 2017 è stato oggetto di forti discussioni. Con la conferma che è sempre il momento giusto per innovare. All’Unibz, infatti, la nuova scoperta porta il marchio della pausa caffè. Davanti a quella macchinetta che in fondo è da sempre catalizzatrice di momenti di socialità, discussioni, spunti. È successo anche alla Facoltà di Scienze e Tecnologie dell’ateneo bolzanino, dove il team di ricerca in Scienze e Tecnologie alimentari, coordinato dal professor Matteo Scampicchio, ha realizzato uno studio che punta a ridurre i rifiuti prodotti dall’uso di capsule e cialde. Lo scarto di polvere di caffè viene usato per l’estrazione di antiossidanti e lipidi naturali per l’industria alimentare. «Mai una pausa caffè fu tanto proficua. Mentre tra colleghi sorseggiavamo il nostro espresso ottenuto con una macchinetta come quelle che ora vanno di moda sia negli uffici che nelle case, abbiamo scherzato sul senso di colpa indotto dalla mole di packaging che, caffè dopo caffè, occorre smaltire – afferma Scampicchio – allora, quasi come sfida, ci siamo chiesti se, oltre a riciclare l’alluminio o la plastica, sia possibile recuperare anche le cialde esauste».

Caffè, una bevanda che unisce popoli e tradizioni

Per inquadrare al meglio le possibilità offerte da questa intuizione basta pensare alle 10 miliardi di capsule per caffè prodotte ogni anno. Numeri sempre in aumento perché a crescere è il consumo: +21,3% negli ultimi dal 2015 ad oggi.  Il caffè, dopo il petrolio, è il bene più scambiato al mondo.  Esistono già progetti di recycling o di creazione di capsule compostabili. Ciò cui nessuno finora aveva pensato è come reimpiegare la polvere di caffè esausta, una volta preparato il caffè espresso. Giovanna Ferrentino, ricercatrice, e Sebastian Imperiale, studente altoatesino della TU München tornato a Bolzano per l’Erasmus, si sono messi all’opera con le attrezzature del laboratorio di Scienze e Tecnologie alimentari. Il laboratorio di Bolzano è dotato di un impianto che funziona con CO2 supercritica (in uno stato a metà tra gassoso e liquido) e che, nell’industria, ad esempio, viene già usato proprio per produrre caffè decaffeinato. Lo stesso processo è sfruttato anche per estrarre oli essenziali, antiossidanti e coloranti, come alternativa “green” rispetto a quei processi di estrazione che utilizzano solventi organici.

Produzione di antiossidanti e lipidi

«Il processo presenta notevoli vantaggi rispetto alle tecniche tradizionali – afferma  Scampicchio. -Innanzitutto, gli estratti naturali ottenuti sono privi di solventi o residui inquinanti. Poi, la tecnologia è ecologica in quanto usa solo anidride carbonica come solvente. Questa è atossica, naturale e viene completamente riciclata alla fine del processo. Infine, le temperature usate non superano i 40°C, quindi si parla di estrazione a freddo, per preservare al meglio i preziosi olii essenziali». Ferrentino e Imperiale hanno svuotato dieci chilogrammi di cialde di scarto della macchinetta dell’ufficio e ne hanno travasato il contenuto nel reattore dell’impianto a CO2 supercritica presente presso i laboratori di Unibz. «L’anidride carbonica funziona da solvente e fluisce nella matrice attirando e portando con sé le sostanze affini. Queste, nello stadio finale vengono separate dalla CO2, che ritorna a uno stato gassoso», chiarisce Ferrentino. Il procedimento di recupero delle cialde usate potrebbe essere sfruttato su larga scala per ottenere, come in laboratorio, sia antiossidanti che lipidi, sostanze utili per l’industria alimentare per sostituire, ad esempio, l’olio di palma.

Lo studio – Antioxidant and Pro Oxidant Activity of Spent Coffee Extracts by Isothermal Calorimetry – è stato pubblicato sulla rivista statunitense Journal of Thermal Analysis and Calorimetry. «Si tratta di un esperimento importante oltreché innovativo – conclude Scampicchio, – l’UE spinge sempre di più verso una produzione alimentare sostenibile, rispettosa dell’ambiente e capace di sviluppare nuovi posti di lavoro – L’università ha quindi il dovere di lavorare su questo ambito e offrire alle aziende le informazioni e i dati necessari per aiutarle nello sviluppo di nuovi processi di recupero degli scarti di produzione, nello sviluppo di alimenti e ingredienti più sani e naturali, oltre che nell’impiego di tecnologie più sostenibili. Un esempio valido ed ecologicamente sostenibile, viene proprio dagli scarti del caffè!».