Cultura

5 settembre 2016Enrico Albertini

Accordo di Parigi, 70 anni di autonomia e (buon) autogoverno altoatesino

Dalla firma di De Gasperi e Gruber nasce l'efficienza del territorio, modello a livello internazionale con un sistema vicino alle esigenze di imprese e cittadini

È uno dei pilastri portanti dell’efficienza del modello altoatesino. Se l’Alto Adige è una best practice riconosciuta a livello internazionale in tanti settori, molto lo deve anche ad un firma: quella messa a Parigi 70 anni fa, il 5 settembre del 1946, dagli allora ministri degli esteri italiano e austriaco, Alcide De Gasperi e Karl Gruber. Quello che per tutti divenne poi «l’Accordo di Parigi» “compie” quindi 70 anni e in tutto l’Alto Adige si svolgono manifestazioni per ricordarlo.

Un Accordo molto innovativo: fu l’unico nel suo genere in Europa e prevedeva l’impegno dell’Italia a garantire, con misure speciali, la tutela e lo sviluppo culturale ed economico della popolazione altoatesina. La clausola più importante riguardava la concessione di un potere legislativo e amministrativo autonomo, che negli anni si è dimostrato non solo un collante sociale ma anche un formidabile elemento di sviluppo economico, permettendo all'Amministrazione locale di essere particolarmente vicina alle esigenze delle imprese e dei cittadini (l'indice di gradimento dell'amministrazione pubblica è, con il 75%, il più alto d'Italia). Grazie all'Autonomia una terra povera e da cui si emigrava è diventata una regione che è stabilmente ai primi posti fra le regioni europee sia per ricchezza pro-capite che per qualità della vita.

Al tempo stesso l'Autonomia non è una scuola di egoismo, ma di responsabilità. Un pungolo a saper gestire al meglio le risorse, ottenendo i massimi risultati. Il 90% del gettito tributario e fiscale prodotto dall'Alto Adige rimane sul territorio: è la base economica con la quale la Provincia gestisce tutte le sue competenze. Così rimane in Alto Adige tutto ciò che altrove è in mano allo Stato: sanità, industria, agricoltura, strade, trasporti, scuola, università, cultura e ammortizzatori sociali. Alle origini dell'Autonomia vi è del resto una storia secolare, fatta di vicende complesse, di tradizioni, di usi civici, di regole che le comunità si sono date e che hanno saputo gelosamente conservare a dispetto dei rivolgimenti politici e sociali. È soprattutto da qui che nasce l'attitudine degli altoatesini ad autogovernarsi (bene) e a fare da sé, mantenendo sempre la capacità di dialogare con tutto ciò che sta al di fuori dei propri confini, dalle regioni limitrofe dell'arco alpino al Governo di Roma fino all'Unione europea. Proprio la secolare abitudine al contatto e al confronto fra genti diverse - dovuto al collocamento di questa terra, posta lungo l'asse del Brennero, primaria via di comunicazione fra mondo italiano e tedesco - ha fatto sì che l'Autonomia avesse il suo fondamento nel rispetto e nella valorizzazione delle minoranze, ovvero nella consapevolezza che la varietà delle culture rappresenta una ricchezza continua.

L’Autonomia è un qualcosa che fa parte del patrimonio collettivo altoatesino. Non appartiene, infatti, alla politica o al governo provinciale, ma a tutti: dai singoli alle comunità territoriali, dalle categorie economiche alle associazioni, dal mondo della cultura a quello dell'università e della ricerca scientifica. Tutti sono chiamati a contribuire alla sua gestione, alla condivisione delle responsabilità che essa comporta. Autonomia significa quindi abitudine a fare da sé, anziché delegare ad altri il soddisfacimento delle necessità e dei bisogni della comunità. Letta in questo senso, l'Autonomia diventa, oltre che efficace strumento di autogoverno e di sviluppo economico, un'eccezionale formula pedagogica, che non cessa di produrre i suoi frutti, anche nei confronti delle nuove generazioni.